Gli improbabili speculatori e intellettuali chic di Zuccotti Park

A Zuccotti Park c’è l’inventario ovvio dell’antagonismo di piazza, dal disilluso fumatore di marijuana alle lezioni sull’economia-che-non-ti-spiegano-sui-libri fino ai Michael Moore che inseguono le telecamere della Cnn. Ci sono ragazzi che regalano Dvd senza scritte né custodia. “Cos’è?”, chiedono tutti molto interessati. “Un documentario sul club Bilderberg”.
12 AGO 20
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New York. A Zuccotti Park c’è l’inventario ovvio dell’antagonismo di piazza, dal disilluso fumatore di marijuana alle lezioni sull’economia-che-non-ti-spiegano-sui-libri fino ai Michael Moore che inseguono le telecamere della Cnn. Ci sono ragazzi che regalano Dvd senza scritte né custodia. “Cos’è?”, chiedono tutti molto interessati. “Un documentario sul club Bilderberg”. “Che cos’è il club Bilderberg?”. Alla fine del fervorino sugli chalet svizzeri dove vengono decise le sorti del mondo i destinatari se ne tornano alle loro mansioni rivoluzionarie più indignati di prima.

Poi ci sono gli “unlikely”, i supporter che non ti aspetti, i rivoluzionari “born again” che arrivano a Liberty Plaza in cravatta e finiscono nel sacco a pelo (metafora), quelli dell’un per cento che cambiano divisa per stare dalla parte dei buoni. E’ per questa fattispecie della piazza che gli occupanti non attaccano briga con gli operatori di Wall Street che escono dalle lobby di marmo ma li invitano a unirsi alla lotta: “Join us!”.

Il settimanale The New Republic, rifugio degli intellettuali liberal, da subito ha stroncato con dovizia di argomentazioni la manifestazione di piazza: quelli sono “radicali” – nel senso americano di estremisti di sinistra – non sono liberal; loro vogliono distruggere il sistema capitalistico dalle fondamenta, i liberal vogliono riformarlo senza negarne i principi fondamentali. Vedendo però che gli zuccottiani attiravano simpatie anche nella sinistra dell’establishment, hanno chiesto ad alcuni intellettuali della cerchia di dire la loro su Occupy Wall Street. Si scopre che Paul Berman, falco liberal dei tempi della guerra in Iraq che poi si è pentito ed è ritornato sui suoi passi, sostiene con vigore argomentativo i manifestanti e indulge sulla “stravaganza hippie” che accomuna Zuccotti Park con la San Francisco del 1967 ma anche con la convention di Chardon Street, a Boston, del 1840, quella raccontata da Ralph Waldo Emerson con parole che sarebbero appropriate anche nella New York del 2011. “Occupy Wall Street è un festival. E’ la declamazione delle verità, e questa è una cosa buona”, scrive Berman.

Il fatto che la manifestazione
abbia più a che fare con i bonghi che con la lotta di classe è per Berman quasi un pregio del movimento, “perché un festival non deve essere articolato”. La lista dei sostenitori improbabili è dominata poi dai supremi rappresentanti dell’un per cento, quelli cresciuti a pane e “greed”. Bill Gross, fondatore del più importante fondo privato Pimco (che disgraziatamente per i manifestanti ha sede in California) dice con nonchalance che è “comprensibile che la gente manifesti dopo essere stata bersagliata per trent’anni”, anche se poi, stando al ragionamento anti Wall Street, Gross era dalla parte del plotone d’esecuzione, visto che già speculava con modelli finanziari quando faceva il giocatore professionista di Black Jack a Las Vegas. Come altri operatori, nel 2008 ha passato un’ottima crisi speculando al ribasso. Anche il suo compagno d’avventure, Mohamed El Erian, ha confessato di capire il “desiderio di giustizia ed equità” dei manifestanti.
Se il capo della Fed, Ben Bernanke, dice che non può “dare la colpa” ai giovani frustrati che scendono in piazza, allora anche il numero uno di Citigroup, Vikram Pandit, può permettersi di annotare pubblicamente che “è stato rotto il rapporto di fiducia fra Wall Street e Main Street”. Il sistema è stato corrotto e c’è bisogno di un movimento dal basso per restaurare l’antica giustizia. Accanto agli ovvii Tom Morello e Alec Baldwin avanza dunque lo strano gruppo dei fuoriusciti – “opportunisti”, sibilano i più diffidenti nel parco – quelli del trader Larry Fink e dell’ex friedmaniano di ferro Jeffrey Sachs; dell’analista Henry Blodget e del biografo di Margaret Thatcher, Charles Moore.